giovedì 5 febbraio 2009

Nel segno di Soros


I manager di fondi hedge hanno perso in media il 18.7% dei soldi dei loro clienti nel 2008, la peggiore performance da almeno il 1990, secondo i dati di Hedge Fund Research. Se a queste perdite si aggiungono quelle derivanti dai riscatti degli investitori, gli asset complessivi degli hedge fund risultano praticamente dimezzati. TrimTabs Investment Research e Barclay Hedge Ltd. stimano che i fondi abbiano in portafoglio $1.1 mila miliardi alla fine dell'anno rispetto agli $1.9 mila miliardi dell'anno precedente.
Tuttavia una nota positiva salta all'occhio: la capacita' di performare dei manager di fondi macro globali che, scommettendo su valute, azionario, tassi di interesse e commodity, basandosi sulle analisi dei trend economici mondiali, sono riusciti a domare la crisi. I loro fondi hanno guadagnato il 5% in media nel periodo delle turbolenze finanziarie, secondo Hedge Fund Research di Chicago, spingendo gli investitori e i manager a predire la rinascita di una strategia un tempo onnipresente, poi caduta in disuso. Le stime preliminari mostrano che questi fondi sono in rialzo di circa l'1.4% a gennaio.
"Venti anni fa le parole hedge fund volevano dire fondi macro globali" osserva Colm O’Shea, fondatore di Comac Capital LLP, a Londra. "Penso che sara' cosi' anche in futuro". Agli inizi degli anni '90 George Soros di Quantum Fund, Louis Bacon di Moore Capital Management LP e Bruce Kovner di Caxton Associates LLC, hanno fatto la storia dell’industria (sorvolando sull’enorme quantita’ di capitali generata). "Siamo di fronte a manager con una visione macro e globale dei mercati, e’ inevitabile un ritorno al passato".

lunedì 22 dicembre 2008

Bernanke e la mossa del denaro a costo zero


Audace, avventurosa, o disperata. La Federal Reserve ha tagliato i tassi d´interesse a un livello senza precedenti nella storia americana. È una svolta, l´inizio di una nuova fase nella guerra di resistenza combattuta dall´autorità monetaria Usa contro questa crisi.
Nel centro del capitalismo globale si apre l´era del "denaro allo zero per cento". È un territorio inesplorato. L´euforia iniziale di Wall Street segnala la speranza che la banca centrale americana abbia tirato fuori l´arsenale nucleare, che Ben Bernanke sia disposto a tutto pur di impedire una Grande Depressione. Ma quali segnali profondi riceve tutto il resto dell´economia da questo gesto? Secondo l´ultimo sondaggio Gallup il 70% degli americani è convinto di essere già in una depressione. Per loro la mossa estrema della Fed potrebbe suonare come una conferma, e quindi incitare a comportamenti ancora più prudenti.
S´intuisce una nota di panico anche nelle stanze di comando delle banche centrali. Ormai sono crollati i miti sulla loro onnipotenza. Anche nella decisione di ieri in realtà la Fed si è mossa a rimorchio dei mercati. Già da diversi giorni nelle aste dei Treasury Bonds (i Bot americani) era accaduto l´inverosimile: la domanda di quei titoli sicuri da parte degli investitori era impazzita, fino a fare calare i tassi di alcune emissioni sotto lo zero. La corsa verso il titolo pubblico - a questo punto più sicuro di un conto corrente o di un libretto postale - aveva portato a questo paradosso: masse di capitalisti privati e gestori di fondi sono disposti a pagare un interesse al Tesoro Usa pur di prestargli del denaro. E´ il mondo alla rovescia, il salto dall´altra parte dello specchio. Se alcuni Bot americani danno un rendimento negativo, un interesse passivo, i tassi ufficiali si adeguano. E´ la presa d´atto che siamo in piena deflazione, una malattia che in Occidente nessun contemporaneo ha sperimentato in età adulta. Il mondo normale, quello in cui siamo vissuti dalla seconda guerra mondiale in poi, è un luogo dove i prezzi aumentano di anno in anno. Chi presta i propri risparmi - a una banca, allo Stato - deve tutelarsi dal fatto che il tempo è inflazione e svaluta il denaro, quindi occorre ricevere un interesse adeguato.
Ma se improvvisamente i prezzi scendono - come stanno scendendo in America - il ragionamento si rovescia. La liquidità guadagna valore col passare del tempo, anche se frutta tasso zero. Un tasso negativo può essere il prezzo da pagare per chi te la custodisce al sicuro, come si paga un affitto per usare una cassetta di sicurezza in una banca.
Il rendimento zero però riguarda i tassi ufficiali della banca centrale americana. Non significa affatto che siano precipitati i tassi sui mutui immobiliari, sulle carte di credito, sui prestiti alle imprese. Le banche commerciali il denaro se lo fanno ancora pagare; addirittura lo razionano. Qui sta una contraddizione che attanaglia la Fed. La cinghia di trasmissione della politica monetaria si è rotta.
Anche se l´autorità centrale presta capitali a costo zero, gli intermediari bancari non "passano il favore" al resto dell´economia. Perciò Bernanke è costretto ad aggiungere all´arma del tasso zero altre azioni eterodosse: la Fed va sul mercato a comprare titoli scadentissimi, emessi dalle società di finanziamento immobiliare, perché la sua generosità arrivi alle famiglie sotto forma di mutui a buon mercato. Neppure questa politica però dà risultati certi nell´immediato.
Si rischia di scivolare dentro la "trappola della liquidità" che Keynes studiò nella crisi degli anni Trenta: anche regalando i soldi alle banche o alle famiglie, quei fondi vengono accaparrati e messi in riserva, tale è la paura sistemica. Una immagine hollywoodiana descrive il caso-limite in cui la Fed manda a sorvolare l´America degli elicotteri che lanciano pacchi di banconote su tutto il territorio nazionale. Ormai la realtà si avvicina a quello: dal mese di settembre la banca centrale di Washington ha stampato mille miliardi di dollari di nuova moneta. Senza effetti di ripresa. I consumi, la produzione industriale, le costruzioni di case, tutto continua a scendere.
Se i leader dell´Occidente fossero meno convinti di essere l´ombelico del mondo, da mesi starebbero studiando il caso dell´unico grande paese sviluppato ad avere conosciuto la deflazione dopo la seconda guerra mondiale. Il Giappone ne è stato prigioniero negli anni Novanta. La sua banca centrale provò rimedi molto simili a quelli ora sperimentati dalla Fed. Per sei anni Tokyo ebbe tassi negativi, senza successo.
E´ come la politica degli sconti favolosi che le catene degli ipermercati americani stanno offrendo ai clienti. Non c´è saldo che tenga quando il consumatore non vuole spendere, per ragioni profonde che nulla hanno a che vedere col livello dei prezzi: per esempio se si è convinto di dover ridurre in modo durevole il livello dei suoi debiti.
L´azzardo di ieri della Fed non è condiviso da tutti. Il mondo è spaccato in due. Da una parte c´è chi vede la Grande Depressione alle porte, e dunque ritiene che si debba abbandonare ogni cautela. Altri, Germania in testa, osservano con orrore l´escalation incontrollata dei debiti, foriera di future iperinflazioni.
Ma se il resto del mondo si dissocia dalla terapia americana, questo accelera la sfiducia nel dollaro che riprende a cadere, aprendo possibili scenari di guerre protezioniste. Un autorevole consigliere economico di Obama ha osservato che ormai non si tratta di «evitare un altro 1929» perché quella sfida è già stata persa con la distruzione di ricchezza finanziaria del 2008. Ora si tratta di capire come evitare il 1930, il 1931, il 1932, il 1933.

lunedì 20 ottobre 2008

Buffett suona la carica


«Sto acquistando azioni americane». A dirlo non è uno dei tanti manager statunitensi o un fondo sovrano, ma il miliardario Warren Buffett. E lo fa personalmente, considerata la scarsa simpatia che nutre per i giornalisti. Il mezzo è stata una lettera scritta di suo pugno e pubblicata fra i commenti del New York Times.
La filosofia dell'oracolo di Omaha è che «occorre avere paura quando tutti sono troppo ottimisti, mentre bisogna essere ottimisti quanto gli altri hanno paura». Seguendo questo principio Buffett ha annunciato che è pronto ad investire in azioni statunitensi le sue risorse personali, distinte dalla partecipazione che detiene in Berkshire Hathaway, il suo braccio finanziario in azioni, se i prezzi continueranno ad essere attraenti. Se infatti gli investitori sono assolutamente nel giusto a essere cauti nei confronti di società con una leva finanziaria alta o con una posizione debole nei rispettivi settori di riferimento, è altrettanto vero però che «non ha senso nutrire preoccupazioni esagerate circa le prospettive di molte società statunitensi nel lungo termine». Le società soffriranno, secondo Buffett, utili discontinui, come è sempre stato. «Ma molte grandi aziende probabilmente cominceranno a riportare utili-record fra 5-10-20 anni». L'oracolo di Omaha ci tiene però a sottolineare che «non può predire i movimenti del mercato del breve termine. Non ho la più pallida idea se fra un mese i corsi di Borsa saranno più bassi o più alti», ma forse saliranno prima che il «sentiment» e l'economia si riprenda.
La lettera continua con un paio di aneddoti: «durante la Depressione, il Dow toccò il suo minimo a 41 l'8 luglio 1932. Le condizioni economiche, tuttavia, continuarono a deteriorarsi fino a quando Franklin D. Roosevelt arrivò alla presidenza nel marzo 1933. A quel tempo, il mercato aveva già guadagnato il 30 per cento». Il secondo caso portato ad esempio da Buffett riguarda i primi giorni della Seconda Guerra Mondiale, «quando le cose stavano andando male per gli Stati Uniti in Europa e nel Pacifico. Il mercato toccò il fondo nell'aprile del 1942, ben prima che la sorte degli Alleati girasse». Stessa cosa nel 1980, «il momento giusto di acquistare azioni era quando l'inflazione imperversava e l'economia era in difficoltà. In breve, le cattive notizie sono il miglior amico di un investitore. Vi permettono di acquistare una porzione del futuro dell'America a prezzi di mercato bassi», scrive Buffett.
Nel lungo termine, le notizie sui mercati azionari saranno positive, continua il miliardario statunitense, ricordando inoltre nella sua arringa che «nel ventesimo secolo, gli Stati Uniti hanno affrontato due guerre mondiali e altri traumatici e costosi conflitti; la depressione; una dozzina o quasi fra recessioni e panico nel mondo finanziario; lo shock del petrolio; l'epidemia e le dimissioni di un presidente. E nonostante tutto il Dow è salito da 66 a 11.497 punti».

mercoledì 15 ottobre 2008

New York, a rischio 160mila posti. Crolla il Ny Empire State Index


La città di New York rischia di perdere nei prossimi due anni 165 mila posti di lavoro in conseguenza della crisi nel settore finanziario, secondo un rapporto del Comptroller, il responsabile economico del Comune, William Thompson.
Thompson ha stimato in 35 mila il saldo negativo dell'occupazione soltanto a Wall Street. La cifra di 165 mila è più del doppio delle previsioni fatte dallo stesso ufficio del Comptroller cittadino in luglio: all'epoca la stima era stata di meno 80 mila posti di lavoro. Un duro colpo per l'economia della Grande Mela che dopo aver visto un pochino offuscato il suo ruolo di cartina di tornasole dei mercati finanziari di tutto il pianete rischia di subire duramente i colpi di una recessione che non promette niente di buono nonostante i corposi investimenti previsti nel piano Paulson. Le brutte notizie però non arrivano mai da sole. Nel mese di ottobre l’indice che monitora l’andamento dell’attivita’ manifatturiera nell’area di New York ha registrato un crollo a -24.6 punti. Il dato e’ nettamente inferiore alle aspettative che erano per una contrazione piu’ contenuta a -10.0.

martedì 7 ottobre 2008

Bush: "Restiamo i leader nel mondo"


Il piano americano anti-crisi è legge. Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha infatti firmato il progetto 700 miliardi di dollari (850 con gli sgravi fiscali) che ha come obiettivo quello di salvare l'economia americana. Il pacchetto legislativo è giunto alla Casa Bianca pochi minuti dopo essere stato approvato dalla Camera e dopo avere ricevuto la firma della speaker, Nancy Pelosi. Il documento è stato trasportato d'urgenza dal Congresso alla Casa Bianca, una distanza di poche centinaia di metri, dove il presidente Bush era già pronto per apporre la sua firma al provvedimento senza precedenti che mira a risollevare le sorti dell'economia americana piegata dalla crisi dei mutui. Il piano messo a punto dal segretario al Tesoro, Henry Paulson, che dopo il suo passaggio al Senato è ora in una versione rivista rispetto a quella bocciata lunedì scorso, è stato votato dalla Camera con 263 voti favorevoli e 171 contrari. «Firmerò immediatamente il piano per stabilizzare i mercati finanziari» aveva fatto sapere l'inquilino della Casa Bianca. Ed è stato di parola. Una prima versione del piano era stata bocciata a sorpresa lunedì dalla stessa Camera, ma mercoledì sera, ad ampia maggioranza, il Senato aveva dato il via libera ad una nuova versione del piano, al quale erano stati aggiunti sgravi fiscali per un valore di 150 miliardi di dollari, per conquistare l'appoggio dei deputati più riluttanti. «Abbiamo mostrato al mondo - ha commentato Bush - che gli Stati Uniti stabilizzeranno i nostri mercati finanziari e manterranno un ruolo di leader nell'economia globale». In realtà per l'inquilino della Casa Bianca il varo travagliato del superpiano rappresenta una vittoria a metà: Bush è riuscito sì a lanciare il piano Paulson, ma a un costo altissimo spaccando ancora di più il partito repubblicano. Il piano comporta misure di intervento statale che molti repubblicani giudicano l'anticamera del comunismo alla sovietica, e McCain vede la sua corsa verso la Casa Bianca sempre più in salita. Approvando la legge, ha spiegato Bush, «abbiamo agito coraggiosamente per aiutare ad evitare che la crisi di Wall Street si trasformi in una crisi di tutte le comunità del paese». Ma il presidente americano ha anche aggiunto che «il pieno impatto» sull'economia Usa del piano «non sarà immediato», che «ci vorrà tempo» e che la sua attuazione richiederà «attente analisi e deliberazione».


Si è salvata solo Apple. Nel lunedi nero della Borsa che rimanda alla crisi del 1929, per i titoli tecnologici a Wall Street è stata una giornata di grande passione. Una giornata culminata con una flessione del 4,08% (a 1.276,67 punti) dell'indice elaborato dalla nota testata Cnet, che monitora l'andamento di 66 importanti compagnie hi-tech internazionali quotate sulla piazza di New York. Il risultato alla chiusura - in linea con quelli seganti dal Dow Jones (-3,08%) e dal Nasdaq (-4,34%) - è stato il peggiore degli ultimi due anni e poteva essere anche peggiore, avendo toccato picchi negativi superiori a quelli raggiunti nel maggio del 2005. Il rally che ha gettato ancora una volta un'ombra minacciosa sul mercato azionario ha coinvolto a vari livelli praticamente tutti i principali attori del settore tecnologico e annuncia un periodo di vacche magre.

domenica 5 ottobre 2008

Ubs cambia rotta e torna all'utile


Ubs cambia strada e torna all’utile. Il colosso svizzero del credito, il primo e il più gravemente colpito tra gli istituti europei dalla crisi americana dei mutui subprime, taglia l’investment banking e torna a fare la banca tradizionale. Nei numeri la decisione si riflette sul taglio di circa 2 mila dei 19 mila addetti del settore investment banking, circa il 10 per cento dunque rimarrà a casa. Un colpo duro, ma inevitabile visto il cambiamento di rotta. La terza assemblea dei soci quest’anno, in corso alla St. Jacobshalle di Basilea, si è aperta con un filo di speranza. Qui, dove l’uragano statunitense si è abbattuto con maggior forza, otto mesi dopo la drammatica assemblea del 27 febbraio che richiamò più di 6 mila piccoli azionisti inferociti, si intravede la possibile uscita dal tunnel della crisi più nera dal 1929. La banca svizzera ha svoltato. Il trimestre chiuso 48 ore fa segnala un incoraggiante ritorno all’utile. Un utile non ancora determinato, ma di certo un segnale molto importante per tutto il settore: Ubs torna a guadagnare. Peter Kurer, il presidente eletto il 23 aprile scorso, si è espresso senza mezzi termini: “Si è rotto il modello di investment banking che Wall Street aveva creato e Ubs si è adeguata. Siamo probabilmente coloro che hanno percorso più strada per uscire dalla crisi, ma questo perché siamo stati colpiti tra i primi in Europa e non abbiamo perso tempo. Siamo intervenuti sia negli equilibri interni sia nelle strategie. Abbiamo cambiato quasi metà del nostro consiglio di amministrazione. Ora dobbiamo partire dal presupposto che queste condizioni avverse perdureranno fino al 2009 influenzando la ripresa dell’industria finanziaria e di Ubs in particolare. Ma sono convinto che Ubs riuscirà a realizzare di nuovo degli utili nel 2009, anno che nel complesso si rivelerà redditizio, con un ritorno alla distribuzione di un dividendo nel 2010. Abbiamo un solo obiettivo che ci guida nel nostro operare, ridare credibilità e fiducia a Ubs”.

sabato 4 ottobre 2008

Confindustria : Marcegaglia apre all'intervento dello Stato nell'economia


Nel suo intervento che ha chiuso il convegno dei Giovani Imprenditori, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha detto che «dopo la crisi deflagrante del sistema finanziario universale, basato sulla droga monetaria» occorre «tornare alla base, all'economia reale». Basta ai «castelli di carta costruiti e venduti spesso in modo delinquenziale a cittadini e risparmiatori». Questa crisi, però, «non è da considerare la fine del capitalismo, del mercato». L'intervento dello Stato, ha aggiunto riferendosi al piano di salvataggio da 850 miliardi di dollari del governo americano «serve ed è l'unica soluzione possibile, ma solo in una fase di emergenza». E la Banca centrale europea deve continuare le immissioni di liquidità, abbassare i tassi. Proprio in questa situazione «non bisogna far mancare il credito alle imprese» (qui raccoglie il primo applauso dalla platea). Per il 17 ottobre Confindustria «ha già fissato un incontro con le maggiori banche italiane per individuare le azioni necessarie per evitare di frenare ulteriormente l'economia».
«Soprattutto in Europa e in Italia - ha proseguito - non ci devono essere alibi per tornare al controllo pubblico dell'economia. Dobbiamo dire no alla chiusura dei mercati e alle lusinghe del protezionismo». Oggi però all'intervento dello Stato «non ci sono alternative – ha detto – perché altrimenti si rischierebbe di estendere la crisi a tutto il sistema finanziario con un impatto inevitabile ed enorme sull'economia reale». E soprattutto in Italia e in Europa non ci devono essere alibi «per tornare al controllo pubblico sull'economia».

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